I Gonzaga di Calabria Citra e l’innesto nella Famiglia Catalano

Da: Settecento Calabrese e altri scritti – Vol II di Franz von Lobstein – Fausto Fiorentino Editrice Spa – Napoli

Pagg. 498-503

 

Il ramo dei Gonzaga che ha messo radice in Calabria Citra è il meno noto dei cosiddetti Gonzaga minori. Discende dai Gonzaga di Novellara. Si è spento nel '700, il secolo che ha visto la scomparsa di tutti i rami della grande Casata mantovana, ad eccezione di quello di Vescovado, tuttora esistente.

I Gonzaga di Calabria Citra non hanno fatto .storia. Hanno vissuto nella di­gnità di piccoli feudatari, all'ombra dell'allora potente famiglia dei Sanseve­rino di Bisignano. Da costoro ebbero suffeudi, terre ed incarichi governa­tivi, militari e giurisdizionali, sin quando, nel 1606, la linea primogenita della principesca Casata si estinse nel prodigo e disordinato Nicolò Berardino V principe di Bisignano.

Il primo ramo dei Gonzaga di Mantova che si staccò dal tronco familiare fu quello, detto, poi, di Novellara. Il suo fondatore, Feltrino, era il terzogenito di Luigi Gonzaga, l'ex podestà di Reggio che il 28 agosto 1328 sollevò i cit­tadini di Mantova, cacciò dalla città i Bonaccolsi, che ne eran signori, e fu proclamato capitano generale del Comune e del Popolo, iniziando una Signoria che doveva durare quattro secoli ed <<assurgere a rango di potenza europea ».

Feltrino, nonostante fosse appena uscito dall'adolescenza, venne incluso, con il padre ed i fratelli maggiori Guido e Filippino, nella investitura con­cessa su Mantova da Ludovico il Bavaro l'11 novembre di quello stesso 1328 e, poi, confermata dall'Imperatore Carlo IV di Lussemburgo il 17 giugno 1354. Turbolento e spregiudicato, ambizioso ed insofferente dell'ascendente che andava prendendo il nepote Ugolino, l'abilissimo primogenito di Guido, nelle decisioni familiari, Feltrino, dopo aver contribuito per trent'anni in pace ed in guerra alla politica gonzaghesca di consolidamento e di espan­sione, decise, nel 1358, un colpo di testa. Galoppò con i suoi figli a Reggio, che apparteneva ai Gonzaga dal 1334. Si impadronì della città e se ne proclamò unico signore. La famiglia lo dichiarò « inimico, ribelle, e traditore » e lo privò « d'ogni privilegio, honore, e dignità delli quali i Gonzaghi solevano partecipare ».

Feltrino tenne da solo il dominio di Reggio per circa dodici anni. Nel 1370, assediato da Nicolò d'Este, odiato dal popolo, tradito dagli amici, anzichè cedere all'Estense, preferì vendere la città ed il suo contado a Bernabò Visconti, per 50.000 scudi d'oro. Riservò, per se. e per i suoi discendenti, Novellara e Bagnolo, che aveva fortificate, ed alcune altre terre circonvi­cine. Così nacque lo stato autonomo di Novellara, feudo dell'Impero, i cui signori, come sovrani indipendenti, ricevettero investitura direttamente dall'Imperatore e coniarono moneta.

Quando nel 1441 morì Giacomo Gonzaga di Guido di Feltrino, l 'investitura imperiale su Novellara venne data ai suoi figli, Gianpietro, Giorgio e Francesco. Il primo non ebbe vita lunga. Morì nel 1455, senza prole.

Se Giorgio era uomo di pace, il fratello Francesco, nato intorno al 1420, fu uomo di guerra. Buon condottiero, fu al servizio di Filippo Maria Visconti e di Francesco Sforza, di Borso e di Ercole I d'Este, di Ludovico Gonzaga marchese di Mantova. Con la sua condotta d'uomo d'arme partecipò quasi a tutte le guerre combattute in Italia. Mai contro i collaterali di Mantova. Legato da affettuosa e devota amicizia al marchese Ludovico, fu suo fedele alleato in ogni circostanza. Sotto la signoria condominiale di Giorgio e di Francesco, Novellara prosperò, s'ingrandì e si abbellì. Furono compiute opere di bonifica e di irrigazione. La popolazione aumentò. Francesco aveva oltrepassato i sessant'anni quando morì a Novellara il 4 febbraio 1484. Aveva due figli, Gianpietro e Carlo. Nel 1501, Massimiliano d'Austria eresse Novellara a feudo dell'Impero con titolo comitale. Gianpietro ne fu il primo conte. Molti anni prima, Carlo, condotto dal padre nel Regno di Napoli, si era fermato in Calabria senza far più ritorno a Novellara. E' il capostipite dei Gonzaga che vissero in San Marco per oltre due secoli.

Dalle testimonianze prodotte nel corso del processo nobiliare celebrato negli anni 1566 e 67 per l'ammissione di Andreace Gongaza, da San Marco in Calabria Citra, nell'Ordine di Santo Stefano, si rileva, difatti, che Carlo Gonzaga viene in Calabria da giovanetto, in compagnia del padre, Francisco de Nuvolara (sic!), che lo affidò ai Sanseverino perchè lo educassero alla loro corte nelle armi e nelle lettere, come conveniva, in quei tempi, a ragazzo di nobile lignaggio.

A parte questa usanza, abituale nelle grandi case baronali di allora, non sarebbe da escludere che Francesco abbia voluto allontanare il figlio Carlo da Novellara, di proposito, per evitare, in avvenire, nella propria famiglia, quelle lotte intestine, inevitabilmente provocate dal regime condominiale delle investiture imperiali e che, nelle passate generazioni, avevano travagliato i Gonzaga di Novellara e quelli di Mantova, portando questi ultimi sino al fratricidio.

Comunque, dalle predette testimonianze, non appare in quale anno Carlo è arrivato in Calabria con il padre. Il canonico novellarese Vincenzo Davolio, nelle sue « Memorie Istoriche di Novellara », manoscritto del '700 ricco di richiami a documenti d'archivio, scrive che Francesco Gonzaga « viaggiò più volte nel Regno di Napoli ». Di questi viaggi, però, menziona soltanto quello del 1473, quando il signore di Novellara fece parte della «nobile ed illustre cavalcata » che accompagnò a Napoli Sigismondo d'Este, incaricato di rilevare e scortare a Ferrara la cognata Eleonora d' Aragona, figliuola di Ferrante I e novella sposa di Ercole I.

Nel 1487, Girolamo Sanseverino principe di Bisignano, uno dei capi della congiura dei baroni, fu imprigionato e fatto occultamente morire nelle segrete di Castel Nuovo. Poco dopo, la vedova Vanella Gaetani, temendo per l'incolumità dei suoi tre figli, Berardino, Giacomo ed Onorio, imbarcò nascostamente con essi su un brigantino e si rifugiò a Terracina, presso i Colonna, stretti parenti dei Sanseverino. Il Porzio scrive che il brigantino fu noleggiato da un « secretissimo famigliare ». Costui non era altri che Carlo Gonzaga, il quale preparò l'avventurosa fuga con l'aiuto di Luca d'Ogliastro e Luca Falcone, padroni del veliero, entrambi di Belvedere, feudo dei Sanseverino.

Sino ad oggi, non è stato trovato alcuno scritto che consenta di affermare se Carlo imbarcò anche lui con i fuggitivi, se, successivamente, li accompagnò nelle loro peregrinazioni a Roma, presso Innocenzo IV, a Venezia, a Parigi, alla corte di Carlo VIII, oppure se rientrò direttamente da Napoli e da Terracina con Luca d'Ogliastro e Luca Falcone.

Berardino principe di Bisignano ed i fratelli Giacomo ed Onorio tornarono a Napoli con Carlo VIII, nel 1495. Berardino, quando venne reintegrato negli stati paterni, ne nominò governatore generale Carlo Gonzaga, al quale donò anche i suffeudi di Prato e di Santo Sfefano in tenimento di San Marco ed altre terre minori.

San Marco divenne, dunque, la culla di questo ramo dei Gonzaga, Carlo vi sposò Filippa di Ruggero Valentoni barone di Cervicati, la quale gli diede due figli, Domenico e Lancillotto. Di quest'ultimo si conosce soltanto che si trasferì a Napoli, ove esercitò l'avvocatura e rappresentò gli interessi di casa Bisignano. La sua discendenza si è estinta, a Napoli, nella terza generazione.

Domenico, primogenito di Carlo e detto Minicuccio « in quell'idioma volgare napoletano », fu auditore generale di Pietroantonio IV principe di Bisignano. Dal suo matrimonio con Sveva Frassia dei baroni di San Giorgio, nacquero ben sei figli maschi, Gian Girolamo, Giovanni Maria, Pietroantonio, Antonio Baranco, Andreasio ed ..Aurelio.

Siccome non ne sappiamo l'ordine cronologico della nascita, cominceremo da Gian Girolamo che è il più geniale dei figli di Domenico. Lo ebbero in grande stima e lo colmarono di benefizi, non soltanto i Bisignano ma anche Vincenzo I duca di Mantova e Ferrante Gonzaga conte di Guastalla, duca d'Ariano e principe di Molfetta che fu tra gli italiani nei quali Carlo Vebbe maggiore fiducia, in guerra ed in pace. Avviato alla carriera giuridica, Gian Girolamo fu nominato, giovanissimo, giudice civile e criminale a Crotone, poi governatore dello stato di San Pietro in Galatina. Avviò e portò a termine, in corte urbinate ed in quella pontificia, le trattative per il matrimonio di Nicolò Berardino, unico figlio del principe di Bisignano, con Isabella Feltra di Guidoubaldo della Rovere duca d'Urbino. Negli archivi gonzagheschi è conservata una sua copiosa corrispondenza con i congiunti padani, Vincenzo duca di Mantova, Alfonso conte di Novellara, Ferrante conte di Guastalla ed i suoi figli Cesare ed Ottavio, Vespasiano conte di Sabbioneta. Fu spesso ospite del duca d'Urbino e del duca di Parma Ottavio Farnese. Era già in età avanzata, quando Vincenzo I lo chiamò a Mantova e lo nominò Senatore e suo consigliere. Nonostante avesse avuto tre mogli, Isabella Hurtado dei baroni di Santa Caterina Pistolesi, Porzia Celidoni dei baroni di Carossino ed Anna de Ribera, Gian Girolamo ebbe una sola figlia, nata dal primo letto e morta in giovanissima età. Il Senatore si spense nel 1601. Lasciò suo erede universale il duca Vincenzo, dimenticando la giovane moglie ed i nipoti.

Quando, nel 1528, il Lautrec tentò la conquista del Regno di Napoli, Giovanni Maria, altro figlio di Domenico, fu costantemente al fianco del principe di Bisignano, Pietroantonio, che, fedele all 'Imperatore, era accorso da Napoli in Calabria per contrastare le soldatesche di Simone Tebaldi e le bande dei baroni filofrancesi. In ricompensa, Pietroantonio con diploma dato da Roggiano 5 dicembre 1530, considerando ed apprezzando « devotionem amorem fidelitatem Magnifici Domini Joannis Maria de Agonzhaga patrici, et civis mantuani alumni Camerari nostrae Camerae, et servitoris nostris dilectissimi quibus nos maxime persequitur nec non merita, et servitia que nobis prestit in omni tempore qui decet fide legalitate, et benevolentia nullis eius prime parcendo periculis sumptibus et expensis pro sequela nostrae personae, et pro servitio nostro. », gli concesse in feudo la bagliva di Bonifati, per se ed i suoi discendenti. Cinque anni più tardi, nel 1535, Giovanni Maria partecipò all 'impresa di Tunisi, imbarcando sulla galea allestita dal principe di Bisignano. Rientrato a San Marco, prese in moglie Petruzza Santacroce. Di suo figlio Sertorio, che assicurò la discendenza del ramo sin alla metà del '700 parleremo in appresso, dopo aver accennalo agli àltri quattro figli di Domenico.

Di Pietrantonio, sappiamo soltanto che sposò Giulia Casella e ne ebbe due figli, Giovanni Nicolò e Fabrizio. Il primo, profondamente religioso, si diede al sacerdozio. Fu arcidiacono della cattedrale di San Marco. Con testamento del 1610, legò il suo cospicuo patrimonio alla nobile Congrega della Concezione di Maria, perchè istituisse un monastero di monache o un collegio di gesuiti. Tale lascito, unito ad altre oblazioni, consentì a quella Congrega di fondare il monastero di Santa Chiara in San Marco. Il fratello Fabrizio, suffeudatario di Prato e possessore delle terre di Scarniglia e del Ghiandaro, viveva « da gentilomo » tra San Marco e Napoli, avendo casa in entrambe le città. Era il nepote preferito del senatore Gian Girolamo. Non deve, dunque, meravigliare se, in prime nozze, sposò Alessandra Celidone dei baroni di Carossino, parente stretta della prima moglie di Gian Girolamo e poi, rimastone vedovo, Eleonora de Ribera, sorella della terza e giovane moglie del medesimo zio. Alessandra Celidone gli diede un figlio, Francesco, morto in giovanissima età, ed Eleonora de Ribera una figlia, Giulia. Fabrizio era ancora vivente nel 1612. Sua figlia Giulia, che lo Zazzera descrive come « una delle più belle dame ch'oggi se retrovano in Napoli », ebbe due mariti, il nobile spagnuolo Francesco d'Ocampo, giudice criminale della Vicaria, e Benedetto Spinola, di Genova. Morì a Napoli, « in età decrepita », intorno al 1680. Non avendo avuto figli ne dall 'uno, ne dall ' altro marito, il suo notevole patrimonio, in virtù del fidecomesso istituito dai Gonzaga di San Marco, probabilmente da Domenico, venne diviso tra i discendenti di Sertorio Gonzaga, primo cugino di Fabrizio.

Risulta che Anton Baranco ed Andreace, anch'essi figli di Domenico, furono, il primo, capitano di guerra dei Bisignano e, il secondo, ammesso nell'Ordine di Santo Stefano nel 1567. Ne l'uno, ne l'altro lasciarono prole. Andreace, ritiratosi circa il 1587 a San Marco, nella casa del fratello Gian Gi­rolamo, era ancora vivente nel 1603.

Aurelio, infine, altro fratello dei predetti, era tesoriere di Nicolò Berardino, ultimo della linea primogenita dei Sanseverino di Bisignano. Il suo unico figlio Cesare, Mastro giurato della nobiltà di San Marco, il 16 giugno del 1581, battendosi a duello, per futili motivi di prestigio, con Antonino Firrao, di Cosenza, si buscò una cattiva stoccata nel fianco. Morì venti giorni dopo. Il suo avversario fu processato e condannato a non mettere piede nel territorio, per dieci anni. Ma Antonino Firrao aveva già messo insieme buona parte di quel patrimonio che doveva consentire a suo figlio Cesare di acquistare i principati di Sant'Agata e di Luzzi. Il medico-chirurgo Giovan Nicola Gravina, che aveva curato Cesare Gonzaga, dichiarò al processo che il suo paziente era deceduto, in effetti in seguito alle complicazioni sopravvenute per aver bevuto, quando già era fuori pericolo, due « sottocoppe » di acqua (sic ! ). Qualche tempo dopo, probabilmente in seguito a tale deposizione, il divieto fatto ad Antonino Firrao di entrare in territorio di San Marco fu ridotto a tre anni. Costume anche di quei tempi. . . Cesare Gonzaga aveva sposato Vincenza Mattei. nipote del cardinale Girolamo Mattei. Ne aveva avuto un figlio, Aurelio, ed una figlia, Vincenza. Vincenza sposò Filippo Maiorana. Aurelio morì nella prima metà del '600 senza lasciare discendenza. Nel 1571, parteciparono alla battaglia di Lepanto almeno gli otto Gonzaga, appartenenti a rami diversi, dei quali conosciamo i nomi. Erano il protonotario apostolico Claudio di Mantova, con titolo di nunzio pontificio presso Giovanni d'Austria, Paolo, Emilio di Novellara, che rimase gravemente ferito, e suo fratello Muzio, cavaliere gerosolimitano, Ottavio di Guastalla, Orazio di Castiglione, i fratelli Ferrante e Giulio Cesare di Bozzolo. L'ottavo, fu Sertorio del ramo sanmarchese dei Gonzaga di Novellara; rientrato a San Marco, vi prese in moglie Beatrice Amodei che gli diede un unico figlio, Andrea.

Questo Andrea, dopo aver preso in affitto, per due anni, le terre di Malvito e di Fagnano dal principe di Sant'Agata Cesare Firrao, nel 1623, acquistò dai fratelli Giglio, nel 1628 e per complessivi 14.513 ducati, il feudo nobile di Joggi. Si ammogliò con Diana Campolongo, figliuola di Marcello e di Vincenza Mattei, la vedova del Cesare Gonzaga, di cui si è già parlato. Da questo matrimonio nacquero due figli Gian Girolamo e Giuseppe. Morì il 30 maggio 1640.

Gian Girolamo, primogenito, ereditò la baronia di Joggi che, però, fu costretto a vendere, su richiesta dei creditori suoi e del padre, nel 1653, per 13.532 ducati a Dianora Murge, moglie di Claudio Civitate. Alla sua morte, lasciò due figlie soltanto, Cecilia, sposata a Domenico Salituri barone di Firmo, e Ippolita, maritata a Vincenzo Bruno.

Giuseppe, secondogenito di Andrea, sposò, in prime nozze, Lucrezia Sacchini e, in seconde, Ottavia Ricci. Da quest'ultima, nacquero Domenico, Ignazio e Diana. Domenico, che era chierico, morì senza lasciare prole. Ignazio fu Sindaco dei Nobili della Città di San Marco. La sua unica figlia, Saveria, sposò un Alimena.

Diana fu maritata ad Andrea Catalano, erede in feudalia di Francesco Maria Catalano, creato duca sub feudi acquirendi da Filippo II, nel 1615.

I figli di Andrea Catalano e di Diana Gongaza aggiunsero al cognome paterno quello materno, dando luogo alla casata dei Catalano Gonzaga duchi di Cirella, Grisolia e Majerà, tuttora esistenti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Comune e del Popolo, iniziando una si­

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secoli ed « assurgere a rango di potenza