Ti ricordi il Concorso Ippico ?
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I profumi della primavera inoltrata annunciavano che la stagione buona di Roma stava per iniziare; il Concorso Ippico era alle porte. Fine aprile; i tavolini della Casina delle Rose erano sempre perfetti; ci si arrivava direttamente da casa a piedi; la zia sempre vestita di bianco aveva il suo tavolino per tutta la settimana, ed io l’accompagnavo sempre, tutti i giorni, appena uscito da scuola. Grandi azalee addobbavano tutto il comprensorio di Piazza di Siena, le entrate, le tribune, l’intero campo ostacoli; e poi c’era il “programma”, con tutti i cavalieri ed i cavalli ed una matitina dove segnavi le penalità; 4 l’errore, 3 il rifiuto, 2 l’acqua. C’era Raimondo d’Inzeo, sempre di nero vestito e lo distinguevi dal fratello Piero che invece era sempre in tenuta militare verde. E poi c’era il Cav. Mancinelli in giacca rossa, su Fulmer Feather Duster, ed il Cav. Nelson Pessoa, dal Brasile, in giacca verde e sempre su cavallo bianco e treccine alla criniera. Bellissime e scicchissime le amazzoni inglesi, in giacca blu e chignon; le osservavo affascinato senza capire ancora perché mi piacessero tanto.
Il massimo della giornata era una cassata gelato che la zia offriva a me e alla mamma quando veniva; poi io restavo a prendere appunti mentre loro andavano a far salotto. Sotto la Fontana dei pupazzi era posta la tribuna della banda; allietava gli intervalli fra una gara e l’altra ed eran quasi sempre dei carabinieri col pennacchio e la giacca con le code e la. Al centro la tribuna delle autorità, coperta di panno rosso scuro e bordo dorato; qualche volta mi portavano dentro, e mi presentavano a militari con tante medaglie che io non capivo chi fossero: però spesso scendevano dalla tribuna e andavano a premiare i cavalieri. Di fronte a noi, dalla parte della Casina dell’Orologio, c’erano le tribune popolari; non erano delle vere tribune; la gente veniva con le proprie sedie o sgabelli: ed era in gran parte gratuita. Tutto si riempiva il 1° maggio: il giorno del Gran Premio delle Nazioni. Tutta Roma si trascinava con panini, plaid, seggioline nella speranza che la squadra italiana potesse finalmente battere quella tedesca o quella francese, sempre le più forti; credo d’aver potuto esultare con loro solo un o due volte, aimè, quando in squadra c’era il magico terzetto Raimondo, Piero e Mancinelli. Poi immancabilmente a metà pomeriggio, pioveva. L’ultimo giorno era quello per me coinvolgente; aspettavo tutto l’anno la carica dei Carabinieri, le loro sciabole sguainate: ma era anche la fine del sogno. I tavolini erano già disadorni – lo spettacolo era completamente gratuito e la Casina delle Rose aveva già abbandonato la sua postazione – la piazza spogliata dei fiori e dei vasi di bosso, l’erba smeraldo del campo di gara oramai ridotta ad un campo di terra e zolle. Già alcuni operai erano all’opera per smontare. E come nella fine di un sogno, già il giorno dopo il Carosello la Piazza era ritornata come quella che si vedeva per il resto dell’anno. Il Concorso era finito, l’estate romana era ufficialmente aperta.
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